Pensione di reversibilità all’ex coniuge: come si determina la quota?
- Home
- Diritto di Famiglia
- Pensione di reversibilità all’ex coniuge: come si determina la quota?
Pensione di reversibilità all’ex coniuge: come si determina la quota?
Quando più soggetti hanno diritto alla pensione di reversibilità
La pensione di reversibilità è uno degli istituti più delicati del diritto di famiglia, soprattutto quando il lavoratore deceduto lascia sia un ex coniuge divorziato, titolare di assegno divorzile, sia un coniuge superstite. In questi casi, il problema centrale non è tanto chi abbia diritto alla prestazione, quanto come debba essere ripartita la pensione tra i diversi aventi diritto.
Sul punto è recentemente intervenuta la Corte di Cassazione, con la sentenza n. 5839/2025, fornendo importanti chiarimenti destinati ad incidere in modo concreto sulla prassi giudiziaria.
L’intervento della Suprema Corte assume particolare rilievo perché ribadisce che non esistono automatismi nella determinazione delle quote e che il giudice è chiamato a svolgere una valutazione complessiva, ispirata al principio di solidarietà.
Il principio di diritto affermato dalla Cassazione n. 5839/2025
Con la decisione in commento, la Corte di Cassazione ha enunciato il seguente principio:
In tema di determinazione della quota di pensione di reversibilità all’ex coniuge divorziato, la quota spettante non deve necessariamente coincidere con l’importo dell’assegno divorzile, né quest’ultimo rappresenta un limite massimo insuperabile. L’entità dell’assegno divorzile è uno degli elementi da valutare, senza automatismi, al fine di garantire la finalità solidaristica dell’istituto, correlata alla perdita del sostegno economico assicurato in vita dal lavoratore deceduto a tutti gli aventi diritto.
Si tratta di un chiarimento di grande impatto pratico, soprattutto nei casi in cui la durata dei matrimoni e le condizioni economiche dei beneficiari siano molto diverse.
Il caso concreto: due mogli, una sola pensione
La vicenda trae origine da un giudizio promosso dall’ex moglie del lavoratore deceduto, che aveva convenuto in giudizio la seconda moglie e l’INPS, chiedendo l’attribuzione dell’80% della pensione di reversibilità o, quantomeno, di una somma non inferiore all’assegno divorzile di circa 315 euro mensili.
A fondamento della domanda, l’ex coniuge evidenziava:
- una durata del primo matrimonio di quasi quarant’anni;
- una durata del secondo matrimonio di pochi anni.
Il Tribunale di Bergamo aveva accolto in larga parte la domanda, attribuendo il 70% della pensione all’ex moglie e il restante 30% alla coniuge superstite. Tale decisione veniva confermata dalla Corte d’Appello di Brescia.
La seconda moglie ricorreva quindi per Cassazione, lamentando una ripartizione iniqua e sproporzionata, che non teneva conto:
- del proprio stato di grave difficoltà economica;
- della modesta entità dell’assegno divorzile percepito in vita dall’ex coniuge.
I criteri per la ripartizione della pensione di reversibilità
La Corte di Cassazione ha ritenuto fondato il ricorso, ribadendo un orientamento ormai consolidato.
- La durata dei matrimoni non è l’unico criterio
È vero che la durata del matrimonio costituisce un parametro centrale nella ripartizione della pensione di reversibilità. Tuttavia, come chiarito già dalla Corte Costituzionale, tale criterio non può essere applicato in modo automatico o esclusivo.
Il giudice è tenuto a svolgere una valutazione più ampia, evitando un semplice calcolo aritmetico basato sugli anni di matrimonio.
- L’entità dell’assegno divorzile
Un ulteriore elemento rilevante è rappresentato dall’importo dell’assegno divorzile riconosciuto all’ex coniuge.
La Cassazione chiarisce però un punto fondamentale:
- l’assegno divorzile non coincide con la pensione di reversibilità;
- l’importo dell’assegno non costituisce un tetto massimo alla quota di pensione spettante all’ex coniuge.
I due istituti, pur avendo una comune matrice solidaristica, rispondono a finalità diverse.
- Le condizioni economiche dei beneficiari
Elemento centrale, spesso sottovalutato nella prassi, è la condizione economica concreta dei soggetti aventi diritto.
La pensione di reversibilità ha una chiara funzione assistenziale e solidaristica: serve a compensare la perdita del sostegno economico garantito in vita dal lavoratore deceduto.
Nel caso esaminato, la Corte ha censurato la decisione dei giudici di merito proprio perché:
- non avevano adeguatamente considerato lo stato di indigenza della coniuge superstite;
- avevano attribuito un peso eccessivo al solo criterio temporale.
La decisione finale della Cassazione
Alla luce di tali considerazioni, la Corte di Cassazione ha cassato la sentenza impugnata, rinviando alla Corte d’Appello di Brescia affinché proceda a una nuova determinazione delle quote, applicando correttamente i principi di diritto enunciati.
La pronuncia conferma che la ripartizione della pensione di reversibilità:
- non segue regole rigide;
- richiede una valutazione personalizzata;
- deve essere ispirata al principio di solidarietà familiare.
La sentenza n. 5839/2025 rappresenta un riferimento fondamentale per:
- ex coniugi titolari di assegno divorzile;
- coniugi superstiti in condizioni di difficoltà economica;
- chi si trova coinvolto in contenziosi complessi con l’INPS.
Ogni situazione va analizzata nel dettaglio, tenendo conto della storia familiare, delle condizioni patrimoniali e del contributo economico assicurato in vita dal coniuge defunto.
Richiedi subito una consulenza
Affidati al nostro studio per una consulenza chiara, riservata e orientata alla soluzione, con un approccio professionale attento alle tue specifiche esigenze.
Mappa del sito
CONTATTI
- 0984.28922
- +39 347 215 2316
- +39 335 408 622
- Info@studiolegalebisceglia.com
- Via Dalmazia, 18, 87100 Cosenza CS
- Via chioggia n. 2 00182 Roma