Sangue infetto e trasfusioni: quando si può chiedere il risarcimento?

Sangue infetto e trasfusioni: quando si può chiedere il risarcimento?

Ricevere una diagnosi di epatite o di altra grave patologia a distanza di anni da una trasfusione può far sorgere un interrogativo importante: è possibile ottenere un risarcimento per il danno subito?

L’ordinamento prevede forme di tutela per le persone che abbiano riportato danni in conseguenza di trasfusioni di sangue o della somministrazione di emoderivati infetti. La materia, tuttavia, è complessa perché occorre distinguere tra indennizzo previsto dalla legge e risarcimento del danno, ricostruire il rapporto tra la trasfusione e la patologia e verificare anche quando il diritto possa essere esercitato.

Per questo motivo, ogni situazione richiede una valutazione della documentazione sanitaria e della storia clinica del paziente

Trasfusione di sangue infetto: quali tutele esistono?

Una persona che abbia contratto una patologia in conseguenza di una trasfusione può trovarsi davanti a due forme di tutela differenti: l’indennizzo e il risarcimento del danno.

La legge n. 210 del 1992 ha introdotto un sistema di indennizzo in favore, tra gli altri, di chi abbia riportato danni irreversibili a causa di trasfusioni o della somministrazione di emoderivati infetti. La presenza di questo strumento non esclude, in presenza dei relativi presupposti, la possibilità di agire sul diverso piano della responsabilità civile.

È quindi importante comprendere che indennizzo e risarcimento non sono sinonimi e rispondono a presupposti e finalità differenti.

Indennizzo e risarcimento non sono la stessa cosa

L’indennizzo previsto dalla legge n. 210/1992 costituisce una forma di tutela riconosciuta dalla legge in presenza dei requisiti previsti.

Il risarcimento del danno, invece, presuppone l’accertamento di una responsabilità e del collegamento causale tra la condotta contestata e il danno subito.

Questo significa che l’eventuale riconoscimento dell’indennizzo non comporta automaticamente il riconoscimento di un diritto al risarcimento: i presupposti delle due tutele devono essere valutati separatamente.

Allo stesso tempo, quando vengono riconosciute entrambe le forme di tutela, occorre considerare i rapporti tra le somme percepite a titolo di indennizzo e quelle eventualmente dovute a titolo risarcitorio, per evitare duplicazioni riferite al medesimo pregiudizio.

Quando può sorgere la responsabilità del Ministero della Salute?

Una parte importante del contenzioso relativo alle infezioni trasmesse attraverso sangue ed emoderivati riguarda la responsabilità del Ministero della Salute per l’attività di vigilanza e controllo sul sistema trasfusionale.

Tuttavia, non è sufficiente dimostrare di avere ricevuto in passato una trasfusione e di avere successivamente sviluppato una patologia.

Nel singolo caso occorre verificare la presenza dei presupposti della responsabilità e, soprattutto, ricostruire il nesso causale tra la trasfusione ricevuta e l’infezione successivamente diagnosticata.

Proprio per questo motivo l’esame della storia clinica e della documentazione sanitaria assume un ruolo decisivo.

Cosa deve provare chi chiede il risarcimento?

Uno degli aspetti più delicati di queste controversie riguarda la prova.

In linea generale, occorre ricostruire diversi elementi:

• le trasfusioni o le somministrazioni di emoderivati ricevute;
• il periodo e le strutture sanitarie nelle quali sono state effettuate;
• la patologia successivamente diagnosticata;
• il collegamento causale tra il trattamento e l’infezione;
• le conseguenze che la patologia ha prodotto sulla salute e sulla vita della persona.

La documentazione medica  assume quindi un’importanza fondamentale.

Cartelle cliniche, certificazioni, referti, documentazione relativa ai ricoveri e agli accertamenti effettuati negli anni possono consentire di ricostruire una vicenda sanitaria che, in alcuni casi, risale a molto tempo prima.

Il problema del nesso causale

Tra una trasfusione e la diagnosi della patologia possono trascorrere anche molti anni.

Per questo la ricostruzione del nesso causale rappresenta spesso uno dei punti centrali della controversia.

Non sempre, inoltre, è disponibile tutta la documentazione relativa alle singole sacche di sangue utilizzate molti anni prima. L’accertamento deve pertanto essere condotto sulla base del complesso degli elementi disponibili e secondo i criteri elaborati dalla giurisprudenza in materia di responsabilità civile.

La semplice successione temporale tra trasfusione e malattia non è, da sola, sufficiente: occorre una valutazione del caso concreto anche sotto il profilo medico-legale.

Quanto tempo c’è per chiedere il risarcimento?

La prescrizione è uno degli aspetti più delicati nelle controversie relative ai danni da trasfusione di sangue infetto.

In questi casi, infatti, non è sempre corretto far coincidere automaticamente l’inizio della prescrizione con il giorno in cui è stata effettuata la trasfusione.

Assume particolare importanza il momento in cui il danneggiato abbia acquisito, o avrebbe potuto acquisire usando l’ordinaria diligenza, una conoscenza sufficientemente significativa non soltanto della patologia, ma anche della sua possibile riconducibilità alla trasfusione ricevuta.

Per questo motivo è necessario ricostruire attentamente la cronologia del singolo caso: data delle trasfusioni, comparsa della patologia, diagnosi, accertamenti medici, eventuale domanda di indennizzo e ogni altro elemento utile a stabilire quando il collegamento tra trasfusione e danno sia divenuto conoscibile.

Il fatto che la trasfusione risalga a molti anni prima, quindi, non consente da solo di stabilire che il diritto al risarcimento sia prescritto. La questione deve essere valutata sulla base delle circostanze concrete.

L’indennizzo già ricevuto esclude il risarcimento?

L’eventuale riconoscimento dell’indennizzo previsto dalla legge n. 210/1992 e la richiesta di risarcimento del danno appartengono a piani differenti e rispondono a presupposti diversi.

Questo significa che avere già ottenuto l’indennizzo non esclude, di per sé, la possibilità di chiedere anche il risarcimento, qualora ne ricorrano i presupposti.

Occorre però considerare il rapporto tra le somme già percepite a titolo di indennizzo e quelle eventualmente riconosciute a titolo risarcitorio. Quando le due prestazioni sono riferibili al medesimo pregiudizio, infatti, può essere necessario tenere conto di quanto già ricevuto, evitando una duplicazione del ristoro per lo stesso danno.

Anche sotto questo profilo è quindi necessario esaminare concretamente la posizione del danneggiato, i benefici eventualmente già riconosciuti e le diverse voci di danno oggetto della richiesta risarcitoria.

Quali documenti è utile recuperare?

Prima di valutare un’eventuale richiesta di risarcimento è importante ricostruire, per quanto possibile, la vicenda sanitaria e raccogliere la documentazione disponibile.

In particolare, possono essere utili:

• le cartelle cliniche relative ai ricoveri durante i quali furono effettuate le trasfusioni;
• la documentazione relativa alle trasfusioni di sangue o alla somministrazione di emoderivati;
• i referti e gli esami relativi alla diagnosi della patologia e alla sua successiva evoluzione;
• la documentazione relativa all’eventuale domanda e al riconoscimento dell’indennizzo previsto dalla legge n. 210/1992;
• eventuali certificazioni e valutazioni medico-legali già effettuate.

Quando le trasfusioni risalgono a molti anni prima, può accadere che il danneggiato non disponga immediatamente di tutta la documentazione. Questo non significa necessariamente che non sia possibile approfondire il caso: occorre verificare quali documenti siano ancora reperibili e quali elementi possano essere ricostruiti attraverso la documentazione esistente.

Anche gli eredi possono avere diritto al risarcimento?

In caso di morte della persona che ha subito il danno, possono venire in rilievo – a seconda delle circostanze – sia i diritti risarcitori maturati dalla persona danneggiata e trasmessi agli eredi, sia eventuali danni subiti direttamente dai familiari in conseguenza del decesso.

Si tratta, tuttavia, di posizioni giuridiche differenti, che devono essere valutate separatamente verificando, tra gli altri aspetti, la natura del danno, il nesso causale, la prescrizione e i soggetti legittimati ad agire.

Anche in questi casi assume quindi particolare importanza la ricostruzione della vicenda sanitaria e della documentazione disponibile.

Quando è opportuno rivolgersi a un avvocato?

Le controversie relative ai danni da trasfusione di sangue infetto richiedono spesso l’esame congiunto di profili giuridici, sanitari e medico-legali.

Una valutazione preliminare consente innanzitutto di ricostruire quando siano state effettuate le trasfusioni, quando sia stata diagnosticata la patologia, quali accertamenti siano stati svolti e se sia già stato richiesto o riconosciuto l’indennizzo previsto dalla legge n. 210/1992.

Sulla base di questi elementi è possibile valutare il nesso causale, l’eventuale responsabilità, la prescrizione e le conseguenze risarcibili.

Lo Studio Legale Bisceglia presta assistenza in materia di responsabilità civile e risarcimento del danno, comprese le controversie relative ai danni conseguenti a trasfusioni di sangue ed emoderivati infetti.

Per valutare il singolo caso è possibile contattare lo Studio e sottoporre la documentazione sanitaria disponibile.

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